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Scheda del libro

STATO A


Autore: Conti Gian
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Fantascienza


Estratto:

Il sole caldo, la birra abbondante ed i clienti radi gli conciliavano il sonno. Se nessuno gli avesse fatto offerte per la poltrona, così alte da strappargliela di sotto il sedere, in breve si sarebbe addormentato, e un ladruncolo avrebbe fatto sparire un soprammobile d’ottone di foggia araba appartenuto a qualche conterraneo, oggetto di nessun valore come la maggior parte di quelli esposti. Tranne uno. A inizio settimana la vecchia Mounira Adjadi era morta all’ospedale, e Marc era stato incaricato di ripulirne la soffitta perché i figli, prima ancora che esalasse, l’avevano già riaffittata, ma non avevano avuto né la voglia né lo stomaco di svuotarla del tutto. Qualche lenzuolo, un paio di camicie da notte di lino grezzo, una vecchia sedia priva della parte centrale dello schienale che poteva essere del ‘700, quattro cornici di inizio secolo che inquadravano vecchie foto, poveri mobili e soprammobili, niente argento, se c’era l’avrebbero già trovato i figli, qualche posata di metallo bianco che poteva fruttare quindici franchi al pezzo, l’attaccapanni liberty da parete, tutto il resto non valeva la pena di portarlo a Saleya perché nemmeno gli italiani l’avrebbero comprato. Poi, prima di andarsene, aveva voluto dare un’occhiata al panorama ed era salito su uno sgabello che consentiva di sporgere la testa dalla finestra dell’abbaino. Si potevano vedere il porto, le ville di Mont Boron e un tratto di mare azzurro finché il tetto della casa accanto lo consentiva. La vista sarebbe stata ancor più bella se la vecchia Adjadj se la fosse potuta godere senza dover salire ogni volta su uno sgabello. All’esterno della finestra c’era una specie di davanzale di assi di legno, alto un metro e mezzo sulle tegole del tetto, largo una volta e mezza la finestra e profondo una settantina di centimetri. Tre vasi di coccio pieni di terra vi stavano posati, ed i pochi rametti secchi lasciavano intendere che i gerani avevano seguito la sorte della padrona. Marc stava per scendere dallo sgabello e andarsene quando gli venne in mente che quelle assi non potevano reggersi da sole, che occorreva loro una base di appoggio, e la base non poteva esser parte della struttura in muratura, bastava guardare gli altri abbaini per capirlo. Si sporse ancora di più, allungò le mani e cominciò a tastare sotto il bordo del ripiano fin dove poteva arrivare. Sentì liscio e umido, come se un telo di plastica fosse stato sistemato lì dove non si poteva arrivare con gli occhi. A proteggere che cosa ? Un vecchio condizionatore ? In una povera soffitta come quella ? Marc decise che sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con Leila. Dovevano andare a St. Laurent a mangiare casserole e avrebbe offerto lei perché quel giorno il suo editore le aveva detto che intendeva confermarla per altri due anni. Marc rimosse i tre vasi dal ripiano e li depositò uno alla volta all’interno, sul pavimento. Poi tentò di staccare e sollevare la più lontana delle assi ma dovette rinunciare subito perché, con le sole mani, non ci sarebbe mai riuscito. Impiegò un’ora e tutti gli attrezzi che aveva sparsi per il furgoncino Renault, poi finalmente riuscì a sollevare le tre assi del ripiano. Avvolto in un telo di plastica, un tempo trasparente ed ora imbrunito da sole, terra e calcare, c’era uno strano mobile che Marc rinunciò a identificare perché, alla sola vista dell’involucro, aveva già deciso che quella era la cosa più interessante che la soffitta gli offriva, e che occorreva anzitutto trasportarla dal tetto alla stanza. …

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